Sono passati 10 anni e qualche mese dall’uscita di RAGNI GIGANTI, uscito in 100 copie fatte a mano. E’ giunta l’ora della ristampa in poche copie, per l’occasione la carta usata è tutta rosa.
L’annoso dibattito su cosa sia punk o meno non finirà mai. Ma, al netto dell’accademia, sono dischi come questo “debutto ufficiale” di tab_ularasa (non debutto in toto visto che ha decine di uscite alle spalle) a fare la Stele di Rosetta per capire il concetto senza cadere in dogmatismi. Questo è il punk come libertà totale di dar sfogo a follia pensieri, in forma di filastrocche ultra lo-fi, dissonanti, ipnotiche- e testi minimali, come poesie declamate da un Ungaretti bipolare, che fa testacoda col trattore nel centro di Milano. Questo è il punk senza creste, senza tatuaggi, che si annida nel retrobottega di ogni cervello. Qui c’è un po’ tutto: dagli Screamers a Roky Erikson, dai Dead Moon ai CCCP ad Alan Vega. Menzione per la produzione di Flavio Scutti e l’edizione limitatissima.
Andrea Valentini, Rumore, dicembre 2015
Tab_Ularasa - Ragni Giganti son tanti son tanti, urlano in coro urlano in coro, la vita è la loro, la vita è la loro. Poesia urbana.
Karaoke Zine, inverno 2015
Ragni Giganti è il primo disco lungo e “ufficiale” di tab_ularasa, ma sarebbe ridicolo chiamarlo debutto. tab_ularasa, alias di Luca T., toscano trapiantato a Milano, produce inquinamento sonoro con questo nome da diversi anni, incidendo cassette e CD-r a un ritmo da deficit di attenzione, come se dovesse pubblicare tutto quello che gli passa per la testa per non dimenticarselo. È un vero soldato del DIY, come sa chiunque abbia frequentato la scena garage-punk di questo paese. Avevo iniziato a fare un elenco di tutti i suoi progetti, ma rischiava di diventare troppo lungo per essere leggibile. Videomaker eccezionale, fotografo di strada, collagista e fanzinaro da battaglia, con le sue etichette Bubca records e DestroYO ha pubblicato più CD-r, cassette e 7” di quanti se ne possano ascoltare, limitati a quantitativi inferiori di quanti se ne possano vendere, e ha messo le mani nei gruppi più strani, oscuri e deviati del garage-punk-psych italiano (Duodenum, Trio Banana, Ultra Twist, Trans Upper Egypt, Centauri). Questo album quasi-solista (Flavio Scutti ha sovrainciso basso, tastiera ed elettronica assortita, oltre ad occuparsi della produzione) è la sintesi perfetta della sua estetica: minimalista, elettrico, lo-fi, trasognato. Fondamentalmente le canzoni si riducono a filastrocche, finestre aperte sulla quotidianità o sulla quotidiana riflessione sulla vita, appoggiate su riff di chitarra minimalisti come se un bambino cercasse di suonare gli Screamers con una Squier a cui mancano due o tre corde. Tutto attorno c’è una nebbia, uno sfrigolio di aggeggi elettronici, onde quadre spiaccicate sulle pareti, linee di basso quasi inesistenti, interferenze radio. Sembra davvero di essere dentro una stanza arredata da Dalì, a parlare con un personaggio dei fumetti che prima ti urla in faccia “Basta pasta! Voglio solo una frittata!” e poi ti sconvolge con illuminazioni oblique. E la scelta di far uscire l’album per San Martino, l’undici novembre, ha perfettamente senso. Si finisce il vino vecchio, si puliscono le botti, si beve il vino novello e ci si siede nel fango dei cortili a raccontarsi storie folli.
Giacomo Stefanini, VICE, novembre 2015
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